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Epistemologia da Bar: Lenti, Lumache, LHC.

Milano, Palazzo Reale. Oppure tempo fa, su un pianeta lontano

– Questo è un discorso di epistemologia spiccia, di quelli da Bar di Fisica negli oziosi pomeriggi post esame- disse il professore agli studenti sorseggiando un the alla rosa canina, di gran moda ai tempi. Egli era notoriamente eccentrico. Il suo originale punto di vista gli era valso le simpatie degli studenti e le (poche) glorie accademiche, specialmente nel campo della storia e filosofia della Scienza. Tuttavia i colleghi generalmente lo trattavano con indifferenza considerandolo troppo dedito a quelle piccolezze da potersi dedicare alla “Vera Scienza”, macinando numeri davanti a un calcolatore.

– Tempo fa, su un pianeta lontano, vi era un popolo molto ingegnoso di lumachine che non erano dotate del senso della vista. Anzi, a dir la verità non erano dotate di nessuno dei nostri sensi fatta eccezione per uno straordinariamente accurato senso del gusto. Strisciando sul loro stomaco sondavano il terreno circostante in cerca di sapori corrispondenti ad altri individui o a cibo; nella loro società la bellezza era conseguenza di sapori, così come la comunicazione veicolata tramite secrezioni.

Queste lumachine, grazie al loro ingegno, erano riuscite a sopravvivere alla selezione naturale e dopo poco tempo si erano diffuse presso tutti gli angoli del loro pianeta. Da sempre presso tali lumachine appariva lampante una sistematica diversità di sapore fra due momenti della giornata: un momento, quello che noi chiamiamo “giorno”, quando il suolo aveva un sapore appetibile e il cibarsi confortevole lo adibirono alla veglia; un secondo momento, che noi chiamiamo “notte”, quando il sapore si faceva più pungente lo adibirono al sonno. Questa colossale differenza venne spiegata per millenni adducendo spiegazioni di tipo religioso o non adducendone affatto: le giornate scorrevano troppo intrise di preoccupazioni mondane per potersi dedicare ad attività intellettive. Tuttavia in alcuni luoghi dalle condizioni più favorevoli di altre il progressivo avanzamento tecnologico determinava una vita sempre più confortevole finché fu possibile che alcune lumache, particolarmente dotate o fortunate, potessero dedicarsi a lavori esclusivamente intellettuali.

Nelle fiorenti civiltà illuminate era possibile discutere argomenti al di là della mera sopravvivenza, alcuni membri si diedero gran da fare per catalogare i fenomeni osservati (o meglio, gustati) e cercando di capire le correlazioni fra di essi furono fondate scuole filosofiche, e ovviamente una delle prime impellenze intellettuali fu di motivare la differenza fra il giorno e la notte.  Inizialmente, dato che tale sapore era molto simile a quello che si poteva gustare nei pressi di un fuoco, si motivò con un concetto chiamato “temperatura”.

Un filosofo particolarmente brillante ebbe quindi l’intuizione:  “se è la temperatura, generata dal fuoco, che rende il nostro cibo più buono, allora anche la differenza fra il giorno e la notte deve essere dovuto da un qualche genere di fuoco. Dove deve stare? Lontano, di gran lunga fuori dalla portata dei nostri gusci. Probabilmente molto distante nella dimensione chiamata “altezza” che un illustre collega ha enunciato nel recente passato” (anche il concetto di altezza per una lumaca che si muove e percepisce in due dimensioni deve essere un’astrazione mica male, se ci pensate).

La teoria rimase latente per circa 2000 anni, finché non si svilupparono adeguati strumenti per investigarla ulteriormente: dei materiali molto lisci e poco saporiti che avevano la particolare peculiarità, durante il giorno, se messi a una opportuna “altezza” (oramai il concetto delle tre dimensioni si padroneggiava piuttosto bene), di scaldare il suolo, cambiandolo di sapore. Comportamento identico a quello di un fuoco posto a distanza. Si dedusse quindi la presenza di un unico, gigantesco fuoco molto, molto più in alto di qualsiasi cosa potessero raggiungere gli strumenti delle lumache, ovvero il Sole. Interrogandosi sui metodi di trasmissione di tale calore, concepirono finalmente la luce. Tecniche sempre più sofisticate permisero di concentrare questa “luce” per studiarla in modo sempre più sofisticato, prima di dedurre con una complicatissima teoria, così astratta da poter essere padroneggiata da poche menti in tutto il mondo, la sua natura di onda elettromagnetica. Infine, presso la comunità scientifica di quella civiltà si era diffusa la convinzione che il Sole, non fosse che una palla infuocato immersa in un vuoto, chiamato Cosmo, e questo vuoto fosse popolato da migliaia, forse milioni o miliardi, di corpi simili al Sole solo infinitamente più distanti. Il quesito era di importanza cruciale per la scienza e la cultura di quel popolo, quindi all’alba del suo quinto millennio di civiltà la società delle lumache mise in piedi un esperimento di proporzione faraoniche. Sondando pezzo per pezzo la volta celeste con un gigantesco e complesso sistema di lenti speravano di poter verificare la supposizione. L’apparato era di dimensioni chilometriche, riusciva a incanalare e concentrare la flebile luce dei singoli astri al punto di scaldare sostanze chimiche molto sensibili che a loro volta innescavano reazioni che le lumache conoscevano molto bene e che potevano controllare con precisione. Gli anni che seguirono furono eccitanti e piene di scoperte per la scienza: gigantesche quantità di dati venivano raccolti e analizzati dal raffinatissimo apparato sperimentale, qualche scienziato, galvanizzato per le scoperte, arrivò perfino ad asserire che erano vicini “alla mente di Dio”.

– Povere creature– interruppe uno degli studenti con un tono sprezzante – cinque millenni di civiltà e progresso scientifico per scoprire quello che noi vediamo semplicemente alzando la testa in una notte stellata.

– Non è certamente il solo! – riprese il professore pazientemente – un popolo di primati, da qualche parte della Via Lattea, sta or ora sviluppando un similare gigantesco apparato volto a far scontrare fra loro nuclei ad energie incredibili onde poterne dedurre la composizione studiando i frammenti della collisione.

– Che spreco di tecnologia per ovviare ai loro limiti– intervenì nuovamente lo studente.

Il professore di risposta sorrise sornione e riprese a bere, con fare elegante, il suo the immergendosi in un esplicativo silenzio.

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  1. dicembre 11, 2009 alle 11:28 pm

    Prima Pagina: Dedicato ad Adark, che anche se non commenta mai è il membro più attivo di Ph.Me!
    Retro di copertina: Una parabola epistemologica, (spero) la prima di una serie! 😉

  2. Adark
    dicembre 11, 2009 alle 11:35 pm

    Bellissimo! bravo! grazie della dedica, e continua a scrivere ! 😀

  3. dicembre 12, 2009 alle 11:13 pm

    Fammi capire: ma uno che scrive così di che consigli ha bisogno?!
    Grande André! Appena ho due minuti magari vedo di scriverti qualcosa al riguardo.
    Per ora: plauso!

    yours

    MAURO

  4. zagrat
    dicembre 13, 2009 alle 5:12 pm

    potente.

  5. Shito
    dicembre 16, 2009 alle 6:57 pm

    Come dire “La sentinella” di Dick (se ben ricordo), unita a Micromega di Voltaire. 🙂

    • dicembre 17, 2009 alle 12:03 am

      Eheheh bravissimo.
      “La Sentinella” però era di Clarke… 😉

  6. Shito
    dicembre 17, 2009 alle 1:23 am

    Sbagliavo io e sbagli tu.

    La Sentinella che dici tu è ‘The Sentinel’, il prototipo di 2001.
    Quella che dico io, che lessi alle medie, è ‘Sentry’ di Fredric Brown, tradotta in italiano da Gianni Rodari:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Sentinella_(Brown)

    Merito tuo se poi oggi ho vinto la mia pigrizia e ho fatto questa piccola ricerca che ha ricucito infine una mia memoria di ventun’anni fa.

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