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Ph.ake

Inauguriamo anche la sezione Ph.ysics con un argomento che mi sta molto a cuore: le meccaniche sociali della Scienza.
Sì, perchè la scienza è innanzitutto voglia di conoscere ed estetica che determinano cultura, è formata dalla tecnica e sfocia nella tecnologia, tuttavia c’è un’altra componente ignota ai più: la scienza è, addirittura a monte di tutto questo, la comunità che la compone.
Le meccaniche che determinano la scienza come bene culturale e che ne garantiscono l’efficacia tecnologica sono innanzitutto sociali essendo tali tematiche a decidere, a monte, in cosa investire denaro ed energie.

Da sempre nella scienza la componente sociale ha determinato quali teorie venissero accettate e quali ripudiate, tuttavia è sempre riuscita a distinguersi per una imparzialità di giudizio riuscendo sempre a tornare sui propri passi e rivalutare le proprie ipotesi.
Ad esempio agli inizi dell’800 la Fisica era ben diversa da come la conosciamo oggi: discussione scientifica si svolgeva su binari logici molto più vicini alla filosofia che alla matematica, quest’ultima era lasciata ai matematici e agli ingegneri, al contrario di oggi.
Uno dei più grandi scienziati dell’epoca, Micheal Faraday, chiamava la matematica “I Geroglifici”. Cosìcchè quando prese sotto la sua ala un giovane e promettente matematico, James Clark Maxwell, gli fece promettere che non l’avrebbe usata quando parlava con lui. “La cosa importante è sapere come prendere ogni cosa semplicemente” era il suo motto, e il “semplicemente” non contemplava l’utilizzo di strane forme di linguaggio come la matematica.
Quel suo allievo, alla morte di Faraday (che apostrofò, notare bene, come “Il più grande Fisico Teorico mai esistito”), iniziò a sviluppare una teoria matematica dell’elettromagnetismo onde seguire le intuizioni del proprio maestro sfruttando quel linguaggio matematico che Faraday non era mai stato in grado di comprendere.
Il risultato furono quella meraviglia scientifica chiamata “Equazioni di Maxwell”, pilastro della Fisica Moderna (e secondo Richard Feynmann “senza dubbio l’evento più significativo del 19° secolo”), all’epoca però erano sembrate unicamente uno smisurato esercizio di stile e definite dai Fisici dell’epoca come “Terrorismo Algebrico”.
Successivamente, piano piano, anche gli ottusi fisici si resero conto che era il “metodo di Maxwell” la metodologia più opportuna per fare scienza moderna e la matematica divenne il linguaggio della fisica.

Eccovi descritto un perfetto balletto sociale che, se non fosse per la storicità dei personaggi e degli argomenti in gioco potrebbe essere ambientato fra amici o colleghi:
Un nuovo elemento viene presentato al gruppo da un membro più anziano.
Il nuovo elemento, raggiunta la maturità sociale, cerca di introdurre novità sostanziali del gruppo.
Tali novità vengono inizialmente respinte con scettismo, poi, verificata la bontà delle stesse, gradualmente accettate fino a diventare la nuova routine.

Questo quadretto in fondo non sembra così malvagio, certo non è “il migliore dei mondi possibili”, ma un sistema simile non è molto criticabile. Tuttavia, dopo la matematica, c’è una componente nuova che viene introdotta nel calderone scientifico e succede durante la seconda guerra mondiale.
Fino ad allora la comunità scientifica era sempre stato un circolo piuttosto ristretto, chiuso, che raramente doveva rendere conto del proprio operato e giustificare le proprie scelte, ma durante la seconda guerra mondiale le superpotenze si accorgono di una cosa: sapere è potere.
Il progetto Manhattan e il corrispettivo segreto Tedesco non determinano semplicemente un ulteriore step tecnico nella progettazione, ma introducono la scienza stessa, nel loro arsenale.La quintessenza della scienza moderna: la meccanica quantistica e la teoria nucleare, guidata dai più famosi e rispettati scienziati dell’epoca, (scienziati: Fermi, Oppenheimer, Teller, Heisenberg, non tecnici!)  finanziata con badilate di dollari e marchi.
La scienza diventa affare di stato, la ricerca diventa finanziata pesantemente da enti che di scienza non ne capiscono e non ne possono capire. Per reggere in modo consistente l’edificio in rapida crescita della ricerca scientifica si introduce il parametro “pubblicazioni” come metro quasi univoco per valutare la bontà di un ricercatore.
Come tutte i parametri univoci e graduatorie sono armi a doppio taglio: da un lato spronano i ricercatori a non dormire sugli allori e collezionare medaglie da far valere ai concorsi per le promozioni, dall’altro deviano l’interesse dello scienziato dalla scienza alla pubblicazione determinando che lui, per mangiare, non deve studiare la scienza ma deve pubblicare di scienza.

Effetti? Beh, è ovvio: a causa di queste meccaniche prettamente sociali si sceglierà di svolgere una ricerca dove c’è maggiore possibilità di pubblicare molto, piuttosto che avventurarsi nell’ignoto col rischio di rimanere con un pugno di mosche (ed in mezzo alla strada).
Ovvero, anzichè fare ricerca scientifica (che è sempre un tuffo verso l’ignoto, seguendo un’intuizione) si fa ricerca tecnica, che invece consiste solo nel provare e ideare nuovi strumenti (anche teorici, esiste la tecnica persino lì) e nuovi aggeggini, in ricerche che poco aggiungono al sapere scientifico ma che permettono la pubblicazione sicura.
Quindi ci sono pochi, pochissimi luminari, che sono quelli che osano e riescono ad osare, che portano avanti la ricerca, e molti moltissimi tecnici che fanno massa e macinano conti e strumentazione andando dietro a quei precursori.

Dico tutto questo ovviamente perchè ne ho esperienza diretta. Il mio campo, la Fisica Nucleare, è un campo un po’ particolare: si studia un sistema paurosamente complicato con un risvolto pratico, di cui in effetti si hanno moltitudine di dati empirici ma la difficoltà del problema rende ad ora invani i tentativi di ricondurre i dati empirici in una teoria efficace e comprensiva di struttura nucleare.
Ci sono stati diversi tentativi in effetti ma, dopo che i padri dell’approccio moderno a tale disciplina, Aage Bohr e Ben Mottelson, per motivi personali, hanno seriamente frenato la costruzione dell’edificio teorico di tale disciplina, tale branca della scienza si è ritrovata senza sbalestrata e orfana dei migliori scienziati.
In tale situazione l’unico faro, dettato dalle convenzioni sociali, è rimasto ovviamente la parola magica “pubblicazione”. E così, senza accorgersene, la teoria di struttura nucleare ha iniziato a girare su se stessa, proponendo per decenni gli stessi contenuti, provando tutte le combinazioni di parametri di un mostro chiamato “interazione di Skyrme” (e, citando Broglia, “Se Skyrme sapesse il mostro che ha creato, se lo sarebbe mangiato piuttosto che pubblicarlo”). Una condotta simile poco aggiunge nel capire veramente perchè succede ciò che osserviamo, tuttavia riproduce empiricamente i dati e quindi “Evviva, si pubblica!”.
Così, decine di persone, perdono il proprio tempo e il proprio talento per cambiare parametri al fine di pubblicare, anche se questo non avrà alcuna rilevanza fra 5/10 anni, così facendo cita gente che a sua volta ha pubblicato cambiando parametri e il giro si ripete per generazioni scientifiche portando unicamente a miglioramenti tecnici e non a innovazioni scientifiche, alimentando un giro d’affari autoreferenziale.

Come uscirne? Dal canto mio ci provo fregandomene dei parametri e provando a pensare a cose nuove, poi si vedrà.

Inauguriamo anche la sezione Ph.ysics con un argomento che mi sta molto a cuore: le meccanichesociali della Scienza.
Sì perchè la scienza è innanzitutto voglia di conoscere ed estetica che determinano cultura, è

formata dalla tecnica e sfocia nella tecnologia, tuttavia c’è un’altra componente ignota ai più: la

scienza è, addirittura a monte di tutto questo, la comunità che la compone.
Le meccaniche che determinano la scienza come bene culturale e che ne garantiscono l’efficacia

tecnologica sono innanzitutto sociali essendo tali tematiche a decidere, a monte, in cosa investire

denaro ed energie.

Da sempre nella scienza la componente sociale ha determinato quali teorie venissero accettate e quali

ripudiate, tuttavia è sempre riuscita a distinguersi per una imparzialità di giudizio riuscendo

sempre a tornare sui propri passi e rivalutare le proprie ipotesi.
Ad esempio agli inizi dell’800 la Fisica era ben diversa da come la conosciamo oggi: discussione

scientifica si svolgeva su binari logici molto più vicini alla filosofia che alla matematica,

quest’ultima era lasciata ai matematici e agli ingegneri, al contrario di oggi.
Uno dei più grandi scienziati dell’epoca, Micheal Faraday, chiamava la matematica “I Geroglifici”.

Cosìcchè quando prese sotto la sua ala un giovane e promettente matematico, James Clark Maxwell, gli

fece promettere che non l’avrebbe usata quando parlava con lui “La cosa importante è sapere come

prendere ogni cosa semplicemente” era il suo motto, e il “semplicemente” non contemplava l’utilizzo

di strane forme di linguaggio come la matematica.
Quel suo allievo, alla morte di Faraday (che apostrofò, notare bene, come “Il più grande Fisico

Teorico mai esistito”), iniziò a sviluppare una teoria matematica dell’elettromagnetismo onde seguire

le intuizioni del proprio maestro sfruttando quel linguaggio matematico che Faraday non era mai stato

in grado di comprendere.
Il risultato furono quella meraviglia scientifica chiamata “Equazioni di Maxwell”, pilastro della

Fisica Moderna (e secondo Richard Feynmann “senza dubbio l’evento più significativo del 19° secolo”),

all’epoca però erano sembrate unicamente uno smisurato esercizio di stile e definite dai Fisici

dell’epoca come “Terrorismo Algebrico”.
Successivamente, piano piano, anche gli ottusi fisici si resero conto che era il “metodo di Maxwell”

la metodologia più opportuna per fare scienza moderna e la matematica divenne il linguaggio della

fisica.

Eccovi descritto un perfetto balletto sociale che, se non fosse per la storicità dei personaggi e

degli argomenti in gioco potrebbe essere ambientato fra amici o colleghi:
Un nuovo elemento viene presentato al gruppo da un membro più anziano.
Il nuovo elemento, raggiunta la maturità sociale, cerca di introdurre novità sostanziali del gruppo.
Tali novità vengono inizialmente respinte con scettismo, poi, verificata la bontà delle stesse,

gradualmente accettate fino a diventare la nuova routine.

Questo quadretto in fondo non sembra così malvagio, certo non è “il migliore dei mondi possibili” ma

un sistema simile non è molto criticabile, tuttavia, dopo la matematica, c’è una componente nuova che

viene introdotta nel calderone scientifico e succede durante la seconda guerra mondiale.
Fino ad allora la comunità scientifica era sempre stato un circolo piuttosto ristretto, chiuso, che

raramente doveva rendere conto del proprio operato e giustificare le proprie scelte, ma durante la

seconda guerra mondiale le superpotenze si accorgono di una cosa: sapere è potere.

Il progetto Manhattan e il corrispettivo segreto Tedesco non determinano semplicemente un ulteriore

step tecnico nella progettazione, ma introducono la scienza stessa, nel loro arsenale.
La quintessenza della scienza moderna: la meccanica quantistica e la teoria nucleare, guidata dai più

famosi e rispettati scienziati dell’epoca, (scienziati: Fermi, Oppenheimer, Teller, Heisenberg, non

tecnici!)  finanziata con badilate di dollari e marchi.
La scienza diventa affare di stato, la ricerca diventa finanziata pesantemente da enti che di scienza

non ne capiscono e non ne possono capire. Per reggere in modo consistente l’edificio in rapida

crescita della ricerca scientifica si introduce il parametro “pubblicazioni” come metro quasi univoco

per valutare la bontà di un ricercatore.

Come tutte i parametri univoci e graduatorie sono armi a doppio taglio: da un lato spronano i

ricercatori a non dormire sugli allori e collezionare medaglie da far valere ai concorsi per le

promozioni, dall’altro deviano l’interesse dello scienziato dalla scienza alla pubblicazione

determinando che lui, per mangiare, non deve studiare la scienza ma deve pubblicare di scienza.

Effetti? Beh, è ovvio: a causa di queste meccaniche prettamente sociali si sceglierà di svolgere una ricerca dove c’è maggiore possibilità di pubblicare molto, piuttosto che avventurarsi nell’ignoto col rischio di rimanere con un pugno di mosche (ed in mezzo alla strada).
Ovvero, anzichè fare ricerca scientifica (che è sempre un tuffo verso l’ignoto, seguendo un’intuizione) si fa ricerca tecnica, che invece consiste solo nel provare e ideare nuovi strumenti (anche teorici, esiste la tecnica persino lì) e nuovi aggeggini, in ricerche che poco aggiungono al sapere scientifico ma che permettono la pubblicazione sicura.
Quindi ci sono pochi, pochissimi luminari, che sono quelli che osano e riescono ad osare, che portano avanti la ricerca, e molti moltissimi tecnici che fanno massa e macinano conti e strumentazione andando dietro a quei precursori.

Dico tutto questo ovviamente perchè ne ho esperienza diretta. Il mio campo, la Fisica Nucleare, è un campo un po’ particolare: si studia un sistema paurosamente complicato con un risvolto pratico, di cui in effetti si hanno moltitudine di dati empirici ma la difficoltà del problema rende ad ora invani i tentativi di ricondurre i dati empirici in una teoria efficace e comprensiva di struttura nucleare.
Ci sono stati diversi tentativi in effetti ma, dopo che i padri dell’approccio moderno a tale disciplina, Aage Bohr e Ben Mottelson, per motivi personali, hanno seriamente frenato la costruzione dell’edificio teorico di tale disciplina, tale branca della scienza si è ritrovata senza sbalestrata e orfana dei migliori scienziati.
In tale situazione l’unico faro, dettato dalle convenzioni sociali, è rimasto ovviamente la parola magica “pubblicazione”. E così, senza accorgersene, la teoria di struttura nucleare ha iniziato a girare su se stessa, proponendo per decenni gli stessi contenuti, provando tutte le combinazioni di parametri di un mostro chiamato “interazione di Skyrme” (e, citando Broglia, “Se Skyrme sapesse il mostro che ha creato, se lo sarebbe mangiato piuttosto che pubblicarlo”), cosa che poco aggiunge nel capire veramente perchè succede ciò che osserviamo, tuttavia riproduce empiricamente i dati e quindi “Evviva, si pubblica!”.

E così, decine di persone, perdono il proprio tempo e il proprio talento per cambiare parametri al fine di pubblicare, anche se questo non avrà alcuna rilevanza fra 5/10 anni, così facendo cita gente che a sua volta ha pubblicato cambiando parametri e il giro si ripete per generazioni scientifiche portando a niente, sprecando talento e risorse, e alimentando un giro d’affari autoreferenziale.

Come uscirne? Dal canto mio ci provo fregandomene dei parametri e provando a pensare a cose nuove, poi si vedrà.

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